martedì 2 marzo 2010

Lillois

February, 25th 2010 - http://picasaweb.google.it/lhapis/Lillois#

Quando ci avviciniamo a Lille, il mio umore migliora tantissimo. Due possibili ragioni: la prima è che adoro così tanto la Francia da sentirmi meglio. La seconda è che c’è il sole. Niente freddo (oh, beh, i soliti 6-8 gradi, sempre meglio che ad Amsterdam), ma c’è un gran bel sole. Ci facciamo subito un caffè olè (no, dai, scherzavo, si scrive “cafè au lait”, caffe macchiato) e prendiamo la metro per raggiungere casa di Xavier. Vive in un quartiere totalmente pedonale, chiamato Ville Neuve D’Ascq e che probabilmente è un paese a parte. Sta di fatto che è pieno di case colorate, e il sole aiuta a renderlo molto molto carino. Xavier a prima vista sembra svampito. Manco fa in tempo ad accoglierci che ci dice che dovremo firmare il suo Guestbook e la sua toilette, che è piena di dediche nei muri, nella porta, e perfino nel wc stesso.

Decidiamo di accompagnarlo per fare la spesa, e ci guardiamo tutt’attorno. E’ un quartiere molto giovanile, perché ci sono scuole ovunque. Xavier lavora in una scuola superiore dove dovrà divertarne direttore, ma attorno a casa sua ci sono scuole materne, elementari e perfino l’università. Dopo la spesa ci salutiamo, dato che lui tornerà verso casa per sistemare il tutto, mentre noi ci dirigiamo per un veloce giro cittadino.

In circa due ore vediamo tutto il centro città, camminando. Moltissimi palazzi imponenti, belle cattedrali (sia dentro che fuori) e i vicoletti dove perdersi. Finchè il sole non se ne va rimango particolarmente affascinato, pensando anche che questa poteva essere la città dove sarei andato a vivere per l’Erasmus (il progetto c’era, altroché) e che doveva segnare la mia svolta (a segnarla, invece, fu Milano). Ogni tanto mi perdo con la mente, vedo ragazzi camminare per i marciapiedi e immagino di essere in mezzo a loro. Ci sarei stato in mezzo davvero, se non fosse stato per quella telefonata alle 11 di mattina del 19 maggio 2006 (certe cose non le dimentico, io). L’imprevedibilità della vita lascia senza parole, a volte.

Si torna a casa, e con Xavier c’è Liliana dal portogallo e Nicholas, altro francese. Lui ci dice che domani andrà a Parigi e ci offre un passaggio se divideremo le spese di benzina. Vanja mi chiede due volte se per me va bene. Fossi scemo se rifiutassi. La serata continua tra pathè e altre salse, più qualche buon insaccato. Si unisce a noi Justin (credo si chiami così) che viene continuamente preso in giro da Xavier per non essere riuscito a concludere con una ragazza russa durante un meeting a Mosca. In effetti, Xavier è appassionato della Russia, sta imparando a parlare Russo ed è stato diverse volte in visita nelle regione dell’ex URSS, mostrandomi anche delle foto pubblicate nel suo profilo face book di ragazze ucraine durante una festa in spiaggia niente male (e mezze nude, tra l’altro). Dopo un paio di bicchieri di birra Vanja diventa ubriaca, figuratevi cosa succede quando Xavier porta la vodka

Piccola parentesi dedicata a tutti coloro che pensano che sia tenero, piccolo, indifeso, come un cucciolo. Per questo iniziano a dire che io sono il figlio, il nipotino, il fratellino, il bambino, il cagnolino. Ecco, questo è un atteggiamento che odio senza mezzi termini. E ci rido sopra con superiorità al momento in cui queste persone si ubriacano al secondo bicchiere mentre io sono ancora lucido e in grado di prendermi cura di loro.

(discorso valido per tutti tranne per la Flò. Quando le dissi che iniziai una storia aperta con una ragazza mi disse: “prova a restarci male, a venire qui per piangere, e io ti ammazzo di botte!”. Come si fa a non adorarla?)

Poi, alle 22, scatta il coprifuoco. Succede che Xavier è compagnia bella è stramorta di sonno, così tutti (quasi improvvisamente) si ritirano nelle loro stanze a dormire. Ci ritroviamo io e Vanja, da soli, a sistemare il tutto con molta calma (lei pulisce mezza casa perché è ancora ubriaca e quindi non riesce a dormire). E, peggio ancora, la mattina dopo non abbiamo chiavi o altro, nessuno è in casa quindi non possiamo neppure uscire a fare un giro. Nicholas arriva il pomeriggio per partire, conseguentemente rimaniamo “bloccati” nell’appartamento di Xavier. Tra l’altro, casa niente male, sui due livelli con un terrazzino da 6-8mq. Due stanze sotto, due stanza sopra, toilette e bagno. Molto molto figo. Vanja, presa dalla noia, inizia a fare foto su tutta la casa, io continuo e finisco di scrivere questo blog. Sistemo lo zaino e si riparte per andare, finalmente, a Parigi!

Stylin' cold Antwerp

February 22nd-24th 2010 - http://picasaweb.google.it/lhapis/StylinAntwerp#

Manco il tempo di arrivare, la mia attenzione si sposta con estrema velocità su un piccolo carretto che vende Waffel. Prima il piacere di mangiare, poi il piacere di liberare le spalle lasciando gli zaini in una cassetta di sicurezza, poi il dovere di turista di farsi un giro in città. Ecco, Anversa è una città all’apparenza molto più commerciale e brandizzata rispetto a Brugge (terribilmente turistica) che visitai qualche tempo fa. Ecco, potremo dire chè è un misto tra Brugge e Bruxelles, però non ci sono turisti, per niente. Tutti belgi, al massimo senti parlare un poco di francese, ma è il fiammingo o l’olandese a farla da padrone.

Decidiamo di addentrarci verso il centro, e devo ammettere che stramerita: le piccole viuzze del centro regalano la vista delle case tipiche fiamminghe, piccole e dalle forme adorabili. Ci dirigiamo subito verso la cattedrale, decidiamo di visitarla dentro nonostante si paghi tre euro. Merita molto. Una mostra di quadri dedicati a Gesù Cristo aiuta a riempire una delle cattedrali più grandi che io abbia mai visto (solo dopo scoprirò che questa è la più grande cattedrale dei Paesi Bassi). Poco dopo, vedo Vanja parlare con qualcuno. Quando mi fa cenno di avvicinare mi presenta una sua amica di scuola, che studia con lei ad Amsterdam. Si sono incontrate ad Anversa, all’interno di una cattedrale. Forse è proprio vero che il mondo è piccolo, ma io inizio a pensare che probabilmente non siamo solo noi italiani a riuscire a ritrovarci in ogni posto del mondo.

Finiamo il nostro giro (dopo un ora e mezza circa) e ci dirigiamo verso casa di Nelli. Finalmente ho l’occasione di poter parlare un po’ con lei da sobrio, e con lei sobria. Tutte le volte che l’ho incontrata, a Milano o in occasione della Paella, almeno uno dei due non era in grado di sostenere una discussione seria, per questo ho sempre avuto un certo timore di lei. Nelli è un’animale da festa, sempre vogliosa di ballare, conoscere gente, fare casino. Ci mette a sedere e ci inizia a parlare di questo e di quel couchsurfer, di questo locale per la musica dal vivo, o quell’altra serata da discoteca. E’ vegetariana e ecologista al 100%. Fa ogni tipo di raccolta differenziata ed è sempre pronta per preparare un thè o una zuppa. E, cosa che mi sorprende di più, ha una figlia. Me ne sono accorto leggendo il suo profilo che ha una figlia 21enne. Simpatica, parla inglese con un po’ di difficoltà ma si lascia capire. Molto carina e fa spesso delle smorfie strane ed esilaranti e doveva partire per l’Inghilterra per la settimana della moda, con alcune amiche/amici, ma non andrà per colpa di alcuni dolori alla schiena. Nelli ci spiega infine che la ragazzina guadagna un po’ di soldini il weekend come ragazza cubo. E ce lo dice anche con un certo orgoglio dato che riesce a guadagnare un po’ di soldini per poter pensare a sé stessa. Open-mindness, d’altronde cosa ti aspetti da un 46enne dea della pista da ballo che riesce a sedurre perfino gli omosessuali?

La serata scorre molto tranquilla, dopo aver passato un’oretta a vederci un breve concerto dal vivo (e io, dopo due birre, esco fuori di testa) crolliamo tutti a dormire, e Nelli non ha il tempo di vedere la nostra mappa e dirci i punti importanti della città. Per questo vuole (anzi, pretende) che andiamo a trovarla a lavoro.

Ci manda le istruzioni via sms, ma non ci dice la via, e ci dice di arrivare ad una piazza (senza nome) e salire al sesto piano di un grosso palazzo moderno. Arriviamo in questa piazza dove ci saranno almeno tre palazzi moderni di almeno sei piani, ma riusciamo a trovare l’edificio giusto e incontrarla alla Levanto, dove lavora per aiutare gli stranieri a trovare un lavoro ad Anversa. La vediamo impeccabile e seria come non mai (assurdo!), offre un thè a Vanja e ci mostra cosa visitare.

E così parte il nostro tour cittadino, sotto la pioggia (ma neanche tanta, mai come Amsterdam) visitando la piazza principale, la fortezza Steen, la via piena di negozi d’antiquariato e di rarità, alcune interni di palazzi molto caratteristici ed affascinanti, e perfino un piccolo giardino pieno di graffiti. Anversa si rivela essere una città molto, molto giovanile. Non solo la sera per via dei suoi locali e discoteche (di cui molti per gay e lesbiche, secondo Nelli il 50% delle persone di Anversa è omosessuale) ma anche per la gente che trovi attorno. Ci fermiamo anche in un fast food per prenderci alcune patatine fritte (finalmente!) ma anche in un altro pub famoso per avere 800 birre in vendita. Ne scegliamo un paio, e ci sentiamo più felici così!

Prima di tornare a casa, facciamo un po’ di spesa, perché io ho promesso a Nelli che avrei cucinato per lei, e Nelli non dimentica le promesse. Prendiamo pasta, pomodoro, aglio, mandorle, zucchero, champagne, salatini e olive. Poi si torna a casa, e siamo tutti stramorti di sonno, Nelli compresa. Decidiamo di dormire per una mezz’oretta, ci ritroviamo a dormire per un paio di ore, e alle 20e30 ci risvegliamo per cucinare. Nelli è vegetariana convinta, come già detto, quindi sono costretto a dover rinunciare ai miei piatti forti a base di carne, come la palermitana. Ripiego quindi sulle paste di mandorla (divenute velocemente un must) e su una pentolona di pasta alla norma. Tutto sommato, non è niente male, sebbene l’assenza della ricotta salata si faccia sentire, e non poco (e il parmigiano non rende l’idea). Ma la cena avviene in una penombra tale che mi concilia il sonno, e mi addormento tra le braccia del cagnolino di casa mentre Nelli e Vanja parlano di ogni argomento possibile, mentre Lilia si è rifugiata nella sua stanza per colpa dei dolori di schiena, sicuramente non annoiandosi grazie a facebook e ai millemila milioni di sms che invia e riceve.

Al mio risveglio (più o meno), iniziamo a giocare con la collezione di occhiali di Nelli, occhiali trovati e comprati in bancarelle dell’usato varie. Nelli decide infine di regalarmi un paio di occhialini da sole bellissimi, che mi calzano molto bene, molto anni ’80 grazie alla montatura e alle lenti quadrate. Un paio di foto più o meno sexy, e poi si scappa a dormire.

Al nostro risveglio, salutiamo Lilia e lasciamo casa di Nelli. Andremo a trovarla, ancora una volta, nel suo ufficio e stavolta indossando i nuovi nostri occhialini. Per poco non ci riconosceva. Ci abbraccia, ci saluta, ci obbliga a tornare ad Anversa quando farà più caldo, e noi siamo pronti (non prima di un ultimo caffè e un’ultima confezione di fries) di prendere il treno che ci porterà verso Lille.

Total Non-stop Amsterdam

February, 22th-24th - http://picasaweb.google.it/lhapis/TotalNonStopAmsterdam#

Dopo che stavo per perdere il volo per Catania, giusto due settimane fa, stavolta decido di voler arrivare all’aeroporto di Malpensa con il giusto anticipo. Alla fine della fiera mi renderò conto di essere arrivato con un anticipo un po’ esagerato, e sono di fronte alla porta del gate quasi due ore prima dell’inizio dell’imbarco. Dopo un volo tranquillo (ho dormito tutto il tempo, e quei simpaticoni di KLM mi regalano un sandwich dall’improbabile cheesecream su cui è meglio non indagare), si arriva ad Amsterdam, aeroporto cittadino. Come a Malpensa, qui in Olanda per andare a recuperare il bagaglio imbarcato bisogna percorrere tutto l’aeroporto, quasi come volessero farci fare una maratona. Recuperato il back pack rosso, incontro Vanja e subito (dopo gli abbracci di rito, ma vabbè, quello lo considero normale) ci rifugiamo verso lo Starbucks dell’aeroporto, ignorando clamorosamente uno dei Burger King più grossi che ho mai visto. Non me ne frega niente, mi rifarò al ritorno.

Dopo di che, si prende il treno per arrivare in città. Noto che vicino a me c’è un canale, che mi sembra molto sporco. Sembra che ci siano delle chiazze da scarichi molti strane, molto bianche. Guardo con più attenzione: mi rendo conto così che non è sporco, bensì è ghiacciato. Senza smarrimento, scendiamo dal treno e andiamo subito a recuperare la sua bicicletta. Vanja ha una bicicletta arancione con alcune scritte in pennarello nero, cortesia della nostra amica comune Marilyn. Altrimenti come ti spiegheresti il nome “Mary” su tutta la canna della bici?

Decidiamo.. anzi, decide di prendere una bicicletta anche per me. Bicicletta affittata, giustamente. Tanto costa 3 euro per 30 ore, mica male, altro che il BikeMi dove ti spennano vivo. In compenso però inzio a litigare con il lucchetto della bici, che diventerà il mio peggior nemico. Peggio del freddo, dato che mi aspettavo chissà quale gelo, ed invece la temperatura è assolutamente accettabile.

Passiamo da casa per lasciare il mio zaino. Ecco, Vanja abita in un palazzo di 12 piani. Al dodicesimo piano. Ti affacci e vedi tutta Amsterdam. Precisamente sulla destra c’è il centro. Faccio subito una foto (anche se è buio, mi riprometto di farne una migliore di giorno). Entriamo molliamo lo zaino, ci rilassiamo un poco, usciamo per cena a raggiungere dei vecchi amici.

Il fatto è che non sono vecchi amici suoi. Sono vecchi amici miei. Dopo tre anni, infatti, ho la possibilità di rivedermi con Agnese, una ragazza polacca che ha vissuto a Milano per tre mesi, durante il quale eravamo molto amici e ci si vedeva una volta ogni 2-3-4 giorni. Fu con lei che sono riuscito a rubare ad un MediaWorld (una delle mie imprese storiche). Con lei c’è Tiziano, amico italiano che vive ad Amsterdam, e il suo fidanzato storico Andrea. Adesso entrambi vivono a Leiden, a una mezz’oretta da Amsterdam e si stanno per sposare. Il fatto è che Agnese me l’ha detto con una naturalezza incredibile: “lavoriamo qua.. io studio la.. ci siam trasferiti un anno e mezzo fa.. e a settembre ci sposiamo!”. Non sono ancora psicologicamente pronto agli amici che si sposano. Tornando alla cena, decido di prendere questo piatto tipico olandese, che si chiama Stampot. Sembravano fagioli e seitan, tutto in una salsa molto scura, quasi nera. Eppure molto buona, d’altronde il nero non mi fa paura.

Da lì, decidiamo di raggiungere un locale per un Meeting CS. E lì mi ritrovo con altri amici. Sempre amici miei, comunque. Si tratta di Filippo, in arte Filipek, anche se lui non è un artista. E’ solo un viaggiatore, e nonostante sia da poco diventato papà, lui non la smette di andarsene in giro per affari e conoscere gente. Mi fa conoscere una montagna di persone di tutti i tipi, anche se dopo un po’ (verso l’una) io e Vanja veniamo colpiti da un attacco di abbiocco-powa che ci convince a prendere le nostre biciclette e tornare a casa.

Girare per i canali in bicicletta, la sera, è qualcosa di splendido. Le case con il loro stile accanto all’acqua sono qualcosa di affascinante. E ogni strada ha la sua pista ciclabile, dopo 10 minuti di guida in bici mi sento molto a mio agio. Di sera c’è molta gente nelle strade, pronta per andare in discoteca o da qualsiasi altra parte, e guidare in bici diventa un tantino confusionario. D’altro canto, io penso ancora all’inghilterra e non riesco a capire da quale parte guardare ad un incrocio per controllare le macchine che passano, ed evitare una fine poco dignitosa.

Il secondo giorno, devo ammettere, inizia un tantino tardi. Sveglia a mezzogiorno (per lei, io ho iniziato a leggiucchiare qualcosa nella penombra), poi perdiamo un ora per scrivere una couchrequest per passare il mercoledì notte a Lille. Ci mettiamo un ora perché prima si cancella tutto per due volte. La prima volta ci pensa Vanja, la seconda volta è colpa mia. La terza volta scrive solamente Vanja, le lascio carta bianca, faccia lei. Io intanto scrivo per questo simpatico blog!

Ridendo e scherzando, tra la couchrequest e una doccia (che ci sta pure), finisce che usciamo di casa alle 2 e mezza. Pioviggina, ma noi non ci fermiamo. Decidiamo di fare colazione (alle 3!) in un posto dove fanno dei Bagel molto buoni. I bagel sono quelle piccole ciambelle di pane circolari, con il buco in mezzo, che loro tagliano a metà e riempiono con tutto lo schifo dello scibile umano, e forse è per questo che apprezzo particolarmente. Più una spremuta di arance e carote niente male (ecco, qui le spremute vanno di moda, hanno tantissimi tipi). Si riprende a girare, e così andiamo in giro per la città e i suoi canali. Un giretto random, senza troppe pretese di voler visitare obbligatoriamente i migliori monumenti, e i migliori musei (mi sa che per i musei passo, torno un’altra volta). Intanto inizia a piovere più forte. Decidiamo di fare un giro nel distretto a luci rosse, e noto che questo è forse il punto più turistico di Amsterdam intera. Ci sono un botto di persone, la maggior parte di queste (manco a dirlo) italiane, e stanno tutte a girare nei vicoli e a osservare le donne che ora si truccano, ora si siedono nel letto, ora ti aprono la porta e ti invitano ad entrare. E ce ne fosse uno che entri, eh, ma invece no, neanche a pagarlo. Quindi figurati se ci entro io (e dove la lascio la bicicletta?).

Intanto continua a piovere più forte. Decidiamo così di andare a trovare un amico di Vanja, l’americano Thomas, che suona violino e che abita a cinque minuti dal conservatorio, che si trova a cinque minuti dalla stazione centrale, che si trova a cinque minuti dal distretto a luci rosse. Quindici minuti sotto il temporale sono sufficienti per arrivare da Thomas letteralmente inzuppati. Thomas ci offre la sua asciugatrice, e noi poniamo dentro jeans, maglioni, giubbotti, tanto lì si sta bene a sufficienza.

Thomas, quasi dimenticavo a dirlo, abita in una casa galleggiante. Tutte in legno, sembrano poco luminose ma molto affascinanti. Thomas, assurdo a dirlo, abita in una stanza adibita a sauna, ma non funzionante. In pratica c’è spazio solo per il suo letto e un piccolo scaffale. Niente finestre, niente luce, niente di niente. Va bene che a febbraio ad Amsterdam c’è sempre poca luce, ma così si esagera.

Finito d’asciugare i vestiti, dopo un paio di puntate di “The Office” e una video telefonata su Skype con una amica di Thomas e Vanja, ci dirigiamo verso casa di Emilio, un ragazzo argentino, cantante lirico anche lui, che compie il compleanno. Saremo i già citati Emilio (cantante), Thomas (flauto) e Vanja (cantante), poi c’è Caspar (cantante) e anche tutti gli altri sono musicisti o cantanti. Mi sento stranito, e quando mi chiedono “tu suoni o canti?”, io cosa volete che risponda? Però loro sono tutti simpaticissimi, conosco anche una ragazza ceca (di cui, ovviamente, adesso, non ricordo il nome) con la quale parlo per tutta la serata, di ogni tipo di argomento, dallo sport alla personalità delle persone delle differenti nazioni, e conosco anche l’americano Vasili che è innamorato dell’Italia e mi chiede informazioni su questo e su quello. E alla fine della serata (dopo le fajitas con le salse preparate dall’altra argentina di casa, Laura), la stessa Laura e Caspar si esibiscono in un piccolo veloce concerto che mi lascia di sasso. Ok, io di lirica non ci capisco niente, però loro sono davvero bravi.

Si torna poi a casa (e non piove neanche più tanto), ma ci fiondiamo a letto per il troppo sonno. Al nostro risveglio, il couchsurfer di Lille risponde positivamente alla nostra richiesta di ospitalità: si chiama Xavier e sembra un tipo interessante. Oramai riesco a non litigare più con la catena della bici e ci troviamo perfettamente d’accordo, peccato solamente che il nostro tempo ad Amsterdam è finito e devo lasciarla al noleggio. Piccola lacrimuccia. Vanja deve andare a scuola un paio di ore, io ne approfitto per un paio di camminate random per il centro, tra i canali. Solo che, instinto maschile, dopo neanche cinque minuti di camminata a caso mi ritrovo nel distretto a luci rosse. Vabbè. Quando rivedo Vanja, verso mezzogiorno, è tempo di prendere il biglietto del treno e salutare Amsterdam. Via dall’Olanda, si va in Belgio.

lunedì 1 marzo 2010

The London Dungeon - Day 2

January 29th-31st, 2010 - http://picasaweb.google.com/lhapis/TheLondonDungeon

Nel sonno, le donne hanno sempre freddo, per questo stringono a sè le loro lenzuola togliendole così al malcapitato uomo che dorme al loro fianco. Ma Sara non è così. Sara si avvolge tra le lenzuola, e ruota su sè stessa come se la coperta fosse una fajita. E così, l'uomo di turno (io) rimane senza coperte e senza tante chance di potersele riprendere.

Poi, la donzella, esce dal suo bozzolo e diventa farfalla, controlla l'orologio e vede che sono le 11 di mattina. Facendo i calcoli con il fuso orario di un'ora, vuol dire che è mezzogiorno. La donzella s'agita, mi sveglia, corre a lavarsi, bisogna uscire in fretta.

Piccolo particolare: va bene il fuso, ma è di un'ora indietro. In pratica, non è mezzogiorno, sono le dieci di mattina.

Nel frattempo controllo le condizioni di Goshka: battito debole, sonno profondo, leggerissimo russare. Vabbè, dormi cara, ci vediamo dopo! Perchè noi andiamo a Camden Town, particolare borgo londinese, una Londra assolata per l'occasione e, devo ammetterlo, bellissima. Pingu è con noi, ci faccio due chiacchiere in metro tra la gente che pensa che io sia malato. Figurarsi tutti quelli che vedranno il mio video su youtube.

(tzè! Cosa mi preoccupo a fare della gente che vede il mio volto su youtube quando è da due anni che Maurizio ha pubblicato un video con le mie chiappe!)

Prendendo la metro, viene in mente un piccolo paradosso. Ho viaggiato in diverse metropolitane, ed è bello vedere che le uscite vengono indicate come "Exit" in tutta Europa. Tutta Europa tranne l'Inghilterra stessa dove si usa il sillogismo "Way Out". Quanto adoro i paradossi.

Qualche negozietto di qua e di là, ma la fame inizia a farsi prendere. English Breakfast purissima, con bacon croccante, fagioli con salsa, uova, salsiccia. E birretta, tanto per non farsi mancare nulla. Poi, stracolmi come non mai, mi lascio ammaliare da un negozio di pelle e cuoio (TG, aspettami) dove vendono anche abiti da cowboy. Ci penso, ci ripenso, eh. Si entra nel mercato vero e proprio di Camden ed è una festa: bancarelle vendono oggetti di ogni genere, e i banchetti per il cibo sono irresistibili. Prendiamo questi pezzi di banana e fragola infilzati in uno spiedino, cosparsi di cioccolato fondente e cioccolato bianco con scaglie di mandorle sopra. Oh, Dio, l'Apocalisse!

Goshka inizia a mandarci messaggi minatori sul fatto che non l'avevamo svegliata, e decidiamo tutti di incontrarci al 12th house, tea house di Notting Hill dove lavora Paulina. Lei è visibilmente altrove con la testa, vediamo che Goshka le dà una mano a lavorare, poi si siede con noi a prendere il thè, mangiare qualcosa e farci le carte. Parte il video (che consumerà così tanta batteria da farmi spegnere la macchina fotografica durante l'evento di wrestling della serata, mannaggia a me) che mostrerà Sara pescare la carta della forza, che le verrà regalata (con dietro la spiegazione). Si scopre così che dovrà scatenare la sua forza violentando qualcuno.

Non so se è peggio il fatto che dovrò dormire di nuovo con lei, stanotte, oppure che Goshka fa le carte anche a me ed esce la carta della Morte.

Rimane il fatto che da lì in poi non ricordo molto. Una lunga, lunghissima passeggiata su Notting Hill, affollata di turisti, e fredda da morire, difatti la temperatura crolla nonostante il sole. Ci rifugiamo in un pub per farci una birra prima di salutarci, prima che le nostre strade si dividano. Fine della storia, fine della favola. Evviva Londra.

La storia finisce qui: http://www.tuttowrestling.com/showcolumn.asp?tipologia=17

The London Dungeon - Day 1

January 29th-31st, 2010 - http://picasaweb.google.com/lhapis/TheLondonDungeon

Realizzo che il treno è in ritardo solamente quando Sara mi manda un sms chiedendomi se sono già arrivato. Mancano pochi minuti, sarà meglio non farla aspettare. Sarà meglio non fare aspettare Sara. Sarà Sara. Ahahahaha. No, questa non faceva ridere. Prendi i bagagli, scendi dal treno, cerca Sara. Una delle famose leggi di Murphy (da me sperimentata più volte con successo) dice che non riuscirai mai a trovare una persona in mezzo alla folla, ma appena le telefoni e inizi a parlarle, non farai in tempo a chiederle "dove sei?" che questa ti comparirà davanti. Difatti, eccola. Non che siamo mai stati grandi amici, io e lei. Ci saremo visti, si e no, dieci volte da quando ci siam conosciuti, e non ci siamo mai parlati così tanto. Ma rimane il fatto che inizia a parlarmi della sua vita, di cosa ha fatto ieri, di quanto si sia innamorata di Goshka, e qualcos'altro che al momento non ricordo. Sara è una bomba di energia. Se un viaggio si potesse paragonare a una corsa in auto, stare con lei a Londra equivale ad andare in quarta. In un precipizio.

Da Euston Station si va a Finchley central. Saremo ospiti da Aga (che è una vita che non vedo) (e che non vedrò dato che lei è in vacanza in Italia), che ha una stanza immensa, ma il nostro contatto di riferimento sarà sua sorella Goshka, che non è mai cambiata dall'ultima volta che l'ho vista, nell'estate del 2007: quando dice "the best" mi sale su un brivido, e milioni di ricordi. Arriviamo in casa, così conosco la coinquilina di Aga, ovvero Paulina, una ragazza molto polacca e molto simpatica. Goshka dorme come un ghiro, ma non per molto dato che si risveglia e mi abbraccia al volo (ed io, che ero di spalle, quasi mi spavento). Lei andrà in università, io e Sara decidiamo che è il momento di farci un giro in centro. Il piano della giornata (deciso da Sara, che tanto io non c'ho un cazzo da fare) è semplice: lei vuole visitare Covent Garden (straconsigliato dai suoi amici, che le han detto che è il "suo" posto), e anche un taglio di capelli (please, don't ask). Usciamo di casa, andiamo in direzione Tottenham Court Road: prima di iniziare la nostra visita, decidiamo di mangiare qualcosa (dato che sono le tre del pomeriggio, eccheccazzo).

C'ho voglia di qualche fast food americano, peccato che vengo abbagliato da HVM. Oramai ne sono drogato, e Sara non capisce. Quando vede il cd nuovo dei Muse a cinque pounds, neanche lei capisce più niente. Passiamo lì dentro un ora, urlando e sbraitando come bambini. Alla fine spenderemo più di 100 pounds in due. Fuori dall'inferno HVM (dal quale ben ci guarderemo dall'entrare, per salvare le nostre finanze), ci rifugiamo da Pizza Hut, per una pizzona con la salsa barbecue sopra (che ci volete fare, sono americani!) e un bel boccale di cidro. E quarantaquattro chiacchere.

Il tempo vola. Sara vuole tagliarsi i capelli, è determinata, e riesce a trovare un parrucchiere, sia donna che uomo. La seguo, senza neppure sapere cosa fare. Sara si siede subito, determinata a farsi fare la frangetta. Poi mi si avvicina una ragazza che mi chiede se anch'io voglio tagliarmi i capelli. Dalla bocca esce un deciso "yes, why not?". Non chiedetemi come sia uscito. Probabilmente era dovuto al fatto che la ragazza era decisamente bella (una gnocca, insomma), oppure perchè in quel momento i miei neuroni responsabili alla cura della lingua inglese erano in pausa caffè, e ho credevo che "yes, why not?" fosse un sinonimo meno volgare di "you gotta be f'n kiddin' me, bitch". (Sta di fatto che oggi, mentre scrivo questo pezzo, mi sono pentito amaramente di essermi tagliato i capelli. Me li son semplicemente fatti accorciare, ma se tornerò a tagliarmi i capelli a Londra mi faccio colorare i capelli di rosso e un taglio molto più aggressivo).

Finalmente si arriva a sto benedetto Covent Garden. Atmosfera spettacolare, all'interno dei chiostri dove si celano negozi più o meno turistici, ma tutti di grande effetto. Perdiamo un sacco di tempo a spulciare tra i gadget più stupidi (e Sara comprerà un pupazzetto di Pingu che, infine, donerà a una sua amica, con mio sommo rammarico), e finiamo in un negozio di magliettine e accessori.

Spulcio tra una serie di anelli di plastica, costo un pound. Decido di comprargliene uno, Sara lascia decidere me quale. Sono indeciso tra i tre-quattro tipi presenti nella vaschetta. Poi ne vedo uno diverso dagli altri, amore a prima vista, lo afferro al volo e lo pago per poi regalarlo a Sara. E' di plastica, tutto di colore blu intenso, con un quadratino con in bianco la scritta: "available".

Bene, dopo che la ragazza è innamorata a sufficienza, si scappa verso un pub ristorante spagnolo. Non perchè inizi ad appassionarmi di cibo spagnolo in Inghilterra, il che suonerebbe non poco stupido, ma perchè ci lavora Denis, che rivedo dopo milioni di anni, ed è fantastico rivederlo di nuovo. E' stato una delle prime persone conosciute a Milano, forse non saremo stati mai grandi amici, ma alla fine era uno di quelli che coincidono con il mio periodo nuovo, quello di rinascita, quando iniziavo a conoscere amici e fare feste a Milano. Si parla di amici in comune, progetti, sogni, ancora sul tempo atmosferico di Londra. Niente di chè, ma è sempre bello rivedere una persona in gamba come lui!

E' già ora di cena, si va verso qualche posto dove mangiare qualcosa. Direzione Tamigi. Solo dopo (un bel) po' di (chilo)metri ci rendiamo conto che stiamo andando verso una zona dove non c'è nulla da mangiare. Decidiamo quindi di andare in un ristorante consigliato dal libro "Goshka's 1001 things to do in London". Realizziamo poi che questo ristorante si trova dentro un centro commerciale, chiuso.

Ripieghiamo in un pub dove ordiniamo del Fish and chips (comme ci, comme ça, sono abituato troppo bene con il pesce) e un paio di birre mentre aspettiamo Goshka.
Più la guardo, più mi ricorda quando l'ho conosciuta. E ancora più mi chiedo come ho fatto un anno e mezzo senza di lei, senza neppure sentirla, sapere come sta (senza facebook, quella lì). Quattro chiacchere e una passeggiata per cercare un club, ma senza tanta voglia. Poi due foto di fronte alla Chinatown londinese prima che la mia caviglia faccia crack. E ci vediamo domani.

A twist in fate in Birmingham

January 27th-29th, 2010 - http://picasaweb.google.com/lhapis/TheBHamSTwistOfFate

Non fa tutto questo gran freddo al mio arrivo, ma devo notare che c'è un vento boia. Birmingham è una città dal centro molto vivo. Sarà che arrivo in orario di pranzo ma vedo milioni e milioni di persone. Un pò come Milano. Solo che a Milano è strapieno di negozi di vestiti e abbigliamento (femminile) mentre qui a Birmingham la maggior parte è rappresentata da fast food. Ecco una forte differenza tra Italia e Inghilterra, ed io vorrei sentirmi molto più inglese di così. Sta di fatto che non faccio in tempo a scendere dal treno che mi viene una matta voglia di un panino da Subway. Non faccio neanche in tempo a sentire l'acquolina che trovo subito un subway. E non faccio in tempo ad addentare il panino che ho voglia di cercare uno Starbuck's Coffee per questo pomeriggio.

Tra l'altro, mi rendo conto che è strapieno di Starbuck's. Nel centro ce ne sarà uno ogni tre incroci. Tra l'altro, sottolineo la parola "incroci", perchè ne ho visti tantissimi ma solamente agli incroci. Se questa è una strategia di marketing, sono contento di fare il chimico.

E così mi ritrovo a B'Ham, solo, in attesa che Elsa finisca di lavorare e mi raggiunga, e guardo le genti. Noto che B'Ham è una città scivolosa. In effetti, camminare nel pavimento umido con 8-10-12 centimetri di tacchi non aiuta. E così vedo giovin donzelle (che pesano il doppio del sottoscritto, precisiamo) crollare al suolo all'improvviso. Una signora con un cappotto rosso crolla rovinosamente e inizia a rigirarsi al suolo toccandosi la caviglia. Momenti dove regna il terrore, panico, e ancora un pò di fame. Mi avvicino alla signora, e assieme al marito l'aiuto a rialzarsi. Lei è talmente spaventata che a ringraziarmi ci pensa il marito. Ho compiuto la mia buona azione della giornata.

Sono stato fantastico a girare tutto il centro senza perdermi. L'unico momento in cui mi perdo (e non di poco) è stato quando Elsa mi aspettava a Chamberlain Square, costringedomi quindi a fare un miglio in meno di un minuto. Bolt, puppamelo. E continuo a salvare genti. Decidiamo con Elsa di entrare in uno Starbuck's a prenderci qualcosa di caldo. Solo che scegliamo proprio quello dove scatta un allarme antincendio. Solo che non mi rendo conto della sirena, apro la porta e tutte le persone iniziano a uscire, ordinatamente. E io continuo a tenere la porta come un cretino, lasciando uscire tutti e realizzando che tanto non potrò entrare. Elsa è brillante come sempre: decidiamo di lasciar stare il cappuccino e raggiungiamo Max alla fermata dell'autobus. Max già mi conosce, mi parla italiano, ci rimango stupito. Però è gentile e molto amichevole.

Arriviamo a casa, e aiuto Elsa a sistemare le lenzuola nel letto. Mi chiede se preferisco lenzuola bianconere, oppure viola. Bah, decido viola. Prendiamo le lenzuola e, dopo averle messe sul letto, bestemmio contro Elsa: viola va bene, ma per forza con i fiori?

(scoprirò solamente dopo che anche le lenzuola bianconere sono a fiori).

E la giornata finisce con una serata tranquilla: andiamo tutti a mangiare in un ristorante spagnolo (ah, tipico dell'Inghilterra, suppongo), e poi ci facciamo un boccale di cidro (sidro) ascoltando un pò di musica dal vivo. I momenti tranquilli, sono quelli che riesci a goderti con più facilità. Al mio stupore (e anche quello di Elsa) nel vedere le signorine in minigonna e senza calze nel gelido freddo di un venerdì sera inglese, Elsa mi dice che una sua coinquilina rispose al suo stupore con un semplice: "se senti freddo, è perchè non hai bevuto abbastanza!". Chapeau.

Secondo giorno a Birmingham: "sveglia e bidet, barba e caffè, presto che perdi il tram". Anzi, no, quindi caffè italiano e muffin inglese (comprato ai supermercati Tesco). La mia caviglia fa ancora male, e vuole stare a casa. Ma è ancora troppo piccola, poi fa danni, e inoltre è meglio non viziarla. Quindi che non faccia storie e che venga con me. E andiamo diretti ai canali: Elsa , m'ha detto che ne ha più di Venezia! Peccato solo che Birmingham è dieci volte più grande di Venezia. La giornata passa velocemente, tra questi canali e il B'Ham Museum & Art Gallery (immenso e molto bello), ma anche a fare un pò di shopping. Riesco a resistere ai prezzi stracciati da Prymark (abbigliamento), ma appena entro da HVM, negozio dedicato alla musica e ai DVD, impazzisco. Il nuovo disco dei Muse costa 5 sterline, e ne impazzisco. Passo anche dalla stazione dei treni per prendere il biglietto prenotato via internet per Londra (metti la carta di credito, e ti stampa il biglietto automaticamente, easy as pie!). Il tempo anche di gustarsi una Coca Cola al cherry (perchè non esiste in Italia?!) e un cappuccino da Starbuck's! Poi piove, e si torna a casa.

Mi incontro con Max, e siamo d'accordo nell'andare a prendere Elsa a lavoro, passare dal supermercato per una cena messicana in casa (si, inghilterra, come no). Si va in auto. Iniziamo con il fatto che stavo per sedermi al lato guida. Poi non riesco a abituarmi alla guida nel lato sinistra della strada. Non ce la faccio. E' più forte di me. Dopo pochi minuti trovo la soluzione: mi autoconvinco che in Inghilterra non esistono le corsie. Ognuno è libero di andare dove vuole, l'importante è non fare incidenti. E così ci passiamo una bella cena tra nachos e fajitas, con Elsa, Max e Ivo (un portoghese che mi fa morire dal ridere perchè sembra svampito, poi invece è molto intelligente e simpatico). Discussioni molto filosofiche, si parla di presente, futuro, e di una inghilterra piovosa poco luminosa dove la gente non fa altro che andare a bere ogni sera.

La mattina dopo, Max va presto via, e io e Elsa rimaniamo da soli a farci una colazione in centro. Elsa mi chiede se voglio fare una vera English Breakfast, rispondo di no perchè non vorrei appesantirmi troppo. Quindi ripiego su un sandwitch con salsiccia e bacon, e un cappuccino. Tante altre chiacchere più o meno impegnate: il mio futuro, il suo futuro, Birmingham, Messico, i nostri amici in comune, le nostre fortune e le nostre sfortune. Un abbraccio forte, e un bocca al lupo reciproco mentre io timbro il biglietto.

Saluto Birmingham con un leggero cenno del capo e un sorriso. E ora si va a Londra.

Landing to East Midlands

January 27th, 2010

Oddio, avevo quasi dimenticato la trombetta di Ryanair, che suona ad ogni aereo che atterra in orario. solo uno come O'Leary poteva inventarsi una cosa del genere. Anzi, no: anche mio padre avrebbe potuto. In ogni caso mi chiedo come mai O'Leary non sia italiano, o quantomeno come mai non sia mio padre. Vabbè. Sta di fatto che noto che nel sedile dietro di me c'è seduta una ragazza molto molto bella. Mi ricorda una tipa di Milano che però non conosco molto perchè ogni volta che mi guarda sembra che mi odi, che vuole uccidermi. Ciò non toglie che è molto bella. Ciò non toglie che anche la ragazza di Milano è molto bella. Ciò non toglie che se non mi sbrigo a scendere, finisce che rimango sull'aereo e faccio un viaggio a sbafo con Ryanair.

Rischiando di dover sentire ancora l'orribile trombetta.

Per arrivare all'autobus è tutto troppo semplice, mi siedo e mi rilasso godendomi il panorama. E vedo tutti i paesini, chiamati Donington o con nomi simili, e le loro case. Ah, adoro le case inglesi. Quelle forme, quei mattoni, quello stile, lo adoro, lo amo. Mi viene voglia di scendere dal bus (al volo) e correre ad abbracciare una casa. O almeno abbracciarne una staccionata. Poi, a un certo punto, vedo una serie di casette a schiera, tutte nuove, tutte in vendita. Torno bambino e mi sale la voglia di comprarne una. Poi torno viziato e penso che in realtà le voglio tutte.

Dicevo, sono sull'autobus, e sono seduto in un sedile sulla sinistra. Guardando il panorama noto che siamo su una strada a due corsie, e che noi siamo sulla destra. Ma qui le macchine non circolavano al contrario? Mi sono perso qualcosa? Poi noto che la strada a due corsie è a senso unico, e inizio a calmarmi. Poi mi giro a destra e vedo altre due corsie, con le macchine che vanno in senso opposto al nostro.

Ecco: sono in Inghilterra.