Dopo che stavo per perdere il volo per Catania, giusto due settimane fa, stavolta decido di voler arrivare all’aeroporto di Malpensa con il giusto anticipo. Alla fine della fiera mi renderò conto di essere arrivato con un anticipo un po’ esagerato, e sono di fronte alla porta del gate quasi due ore prima dell’inizio dell’imbarco. Dopo un volo tranquillo (ho dormito tutto il tempo, e quei simpaticoni di KLM mi regalano un sandwich dall’improbabile cheesecream su cui è meglio non indagare), si arriva ad Amsterdam, aeroporto cittadino. Come a Malpensa, qui in Olanda per andare a recuperare il bagaglio imbarcato bisogna percorrere tutto l’aeroporto, quasi come volessero farci fare una maratona. Recuperato il back pack rosso, incontro Vanja e subito (dopo gli abbracci di rito, ma vabbè, quello lo considero normale) ci rifugiamo verso lo Starbucks dell’aeroporto, ignorando clamorosamente uno dei Burger King più grossi che ho mai visto. Non me ne frega niente, mi rifarò al ritorno.
Dopo di che, si prende il treno per arrivare in città. Noto che vicino a me c’è un canale, che mi sembra molto sporco. Sembra che ci siano delle chiazze da scarichi molti strane, molto bianche. Guardo con più attenzione: mi rendo conto così che non è sporco, bensì è ghiacciato. Senza smarrimento, scendiamo dal treno e andiamo subito a recuperare la sua bicicletta. Vanja ha una bicicletta arancione con alcune scritte in pennarello nero, cortesia della nostra amica comune Marilyn. Altrimenti come ti spiegheresti il nome “Mary” su tutta la canna della bici?
Decidiamo.. anzi, decide di prendere una bicicletta anche per me. Bicicletta affittata, giustamente. Tanto costa 3 euro per 30 ore, mica male, altro che il BikeMi dove ti spennano vivo. In compenso però inzio a litigare con il lucchetto della bici, che diventerà il mio peggior nemico. Peggio del freddo, dato che mi aspettavo chissà quale gelo, ed invece la temperatura è assolutamente accettabile.
Passiamo da casa per lasciare il mio zaino. Ecco, Vanja abita in un palazzo di 12 piani. Al dodicesimo piano. Ti affacci e vedi tutta Amsterdam. Precisamente sulla destra c’è il centro. Faccio subito una foto (anche se è buio, mi riprometto di farne una migliore di giorno). Entriamo molliamo lo zaino, ci rilassiamo un poco, usciamo per cena a raggiungere dei vecchi amici.
Il fatto è che non sono vecchi amici suoi. Sono vecchi amici miei. Dopo tre anni, infatti, ho la possibilità di rivedermi con Agnese, una ragazza polacca che ha vissuto a Milano per tre mesi, durante il quale eravamo molto amici e ci si vedeva una volta ogni 2-3-4 giorni. Fu con lei che sono riuscito a rubare ad un MediaWorld (una delle mie imprese storiche). Con lei c’è Tiziano, amico italiano che vive ad Amsterdam, e il suo fidanzato storico Andrea. Adesso entrambi vivono a Leiden, a una mezz’oretta da Amsterdam e si stanno per sposare. Il fatto è che Agnese me l’ha detto con una naturalezza incredibile: “lavoriamo qua.. io studio la.. ci siam trasferiti un anno e mezzo fa.. e a settembre ci sposiamo!”. Non sono ancora psicologicamente pronto agli amici che si sposano. Tornando alla cena, decido di prendere questo piatto tipico olandese, che si chiama Stampot. Sembravano fagioli e seitan, tutto in una salsa molto scura, quasi nera. Eppure molto buona, d’altronde il nero non mi fa paura.
Da lì, decidiamo di raggiungere un locale per un Meeting CS. E lì mi ritrovo con altri amici. Sempre amici miei, comunque. Si tratta di Filippo, in arte Filipek, anche se lui non è un artista. E’ solo un viaggiatore, e nonostante sia da poco diventato papà, lui non la smette di andarsene in giro per affari e conoscere gente. Mi fa conoscere una montagna di persone di tutti i tipi, anche se dopo un po’ (verso l’una) io e Vanja veniamo colpiti da un attacco di abbiocco-powa che ci convince a prendere le nostre biciclette e tornare a casa.
Girare per i canali in bicicletta, la sera, è qualcosa di splendido. Le case con il loro stile accanto all’acqua sono qualcosa di affascinante. E ogni strada ha la sua pista ciclabile, dopo 10 minuti di guida in bici mi sento molto a mio agio. Di sera c’è molta gente nelle strade, pronta per andare in discoteca o da qualsiasi altra parte, e guidare in bici diventa un tantino confusionario. D’altro canto, io penso ancora all’inghilterra e non riesco a capire da quale parte guardare ad un incrocio per controllare le macchine che passano, ed evitare una fine poco dignitosa.
Il secondo giorno, devo ammettere, inizia un tantino tardi. Sveglia a mezzogiorno (per lei, io ho iniziato a leggiucchiare qualcosa nella penombra), poi perdiamo un ora per scrivere una couchrequest per passare il mercoledì notte a Lille. Ci mettiamo un ora perché prima si cancella tutto per due volte. La prima volta ci pensa Vanja, la seconda volta è colpa mia. La terza volta scrive solamente Vanja, le lascio carta bianca, faccia lei. Io intanto scrivo per questo simpatico blog!
Ridendo e scherzando, tra la couchrequest e una doccia (che ci sta pure), finisce che usciamo di casa alle 2 e mezza. Pioviggina, ma noi non ci fermiamo. Decidiamo di fare colazione (alle 3!) in un posto dove fanno dei Bagel molto buoni. I bagel sono quelle piccole ciambelle di pane circolari, con il buco in mezzo, che loro tagliano a metà e riempiono con tutto lo schifo dello scibile umano, e forse è per questo che apprezzo particolarmente. Più una spremuta di arance e carote niente male (ecco, qui le spremute vanno di moda, hanno tantissimi tipi). Si riprende a girare, e così andiamo in giro per la città e i suoi canali. Un giretto random, senza troppe pretese di voler visitare obbligatoriamente i migliori monumenti, e i migliori musei (mi sa che per i musei passo, torno un’altra volta). Intanto inizia a piovere più forte. Decidiamo di fare un giro nel distretto a luci rosse, e noto che questo è forse il punto più turistico di Amsterdam intera. Ci sono un botto di persone, la maggior parte di queste (manco a dirlo) italiane, e stanno tutte a girare nei vicoli e a osservare le donne che ora si truccano, ora si siedono nel letto, ora ti aprono la porta e ti invitano ad entrare. E ce ne fosse uno che entri, eh, ma invece no, neanche a pagarlo. Quindi figurati se ci entro io (e dove la lascio la bicicletta?).
Intanto continua a piovere più forte. Decidiamo così di andare a trovare un amico di Vanja, l’americano Thomas, che suona violino e che abita a cinque minuti dal conservatorio, che si trova a cinque minuti dalla stazione centrale, che si trova a cinque minuti dal distretto a luci rosse. Quindici minuti sotto il temporale sono sufficienti per arrivare da Thomas letteralmente inzuppati. Thomas ci offre la sua asciugatrice, e noi poniamo dentro jeans, maglioni, giubbotti, tanto lì si sta bene a sufficienza.
Thomas, quasi dimenticavo a dirlo, abita in una casa galleggiante. Tutte in legno, sembrano poco luminose ma molto affascinanti. Thomas, assurdo a dirlo, abita in una stanza adibita a sauna, ma non funzionante. In pratica c’è spazio solo per il suo letto e un piccolo scaffale. Niente finestre, niente luce, niente di niente. Va bene che a febbraio ad Amsterdam c’è sempre poca luce, ma così si esagera.
Finito d’asciugare i vestiti, dopo un paio di puntate di “The Office” e una video telefonata su Skype con una amica di Thomas e Vanja, ci dirigiamo verso casa di Emilio, un ragazzo argentino, cantante lirico anche lui, che compie il compleanno. Saremo i già citati Emilio (cantante), Thomas (flauto) e Vanja (cantante), poi c’è Caspar (cantante) e anche tutti gli altri sono musicisti o cantanti. Mi sento stranito, e quando mi chiedono “tu suoni o canti?”, io cosa volete che risponda? Però loro sono tutti simpaticissimi, conosco anche una ragazza ceca (di cui, ovviamente, adesso, non ricordo il nome) con la quale parlo per tutta la serata, di ogni tipo di argomento, dallo sport alla personalità delle persone delle differenti nazioni, e conosco anche l’americano Vasili che è innamorato dell’Italia e mi chiede informazioni su questo e su quello. E alla fine della serata (dopo le fajitas con le salse preparate dall’altra argentina di casa, Laura), la stessa Laura e Caspar si esibiscono in un piccolo veloce concerto che mi lascia di sasso. Ok, io di lirica non ci capisco niente, però loro sono davvero bravi.
Si torna poi a casa (e non piove neanche più tanto), ma ci fiondiamo a letto per il troppo sonno. Al nostro risveglio, il couchsurfer di Lille risponde positivamente alla nostra richiesta di ospitalità: si chiama Xavier e sembra un tipo interessante. Oramai riesco a non litigare più con la catena della bici e ci troviamo perfettamente d’accordo, peccato solamente che il nostro tempo ad Amsterdam è finito e devo lasciarla al noleggio. Piccola lacrimuccia. Vanja deve andare a scuola un paio di ore, io ne approfitto per un paio di camminate random per il centro, tra i canali. Solo che, instinto maschile, dopo neanche cinque minuti di camminata a caso mi ritrovo nel distretto a luci rosse. Vabbè. Quando rivedo Vanja, verso mezzogiorno, è tempo di prendere il biglietto del treno e salutare Amsterdam. Via dall’Olanda, si va in Belgio.
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