lunedì 1 marzo 2010

The London Dungeon - Day 1

January 29th-31st, 2010 - http://picasaweb.google.com/lhapis/TheLondonDungeon

Realizzo che il treno è in ritardo solamente quando Sara mi manda un sms chiedendomi se sono già arrivato. Mancano pochi minuti, sarà meglio non farla aspettare. Sarà meglio non fare aspettare Sara. Sarà Sara. Ahahahaha. No, questa non faceva ridere. Prendi i bagagli, scendi dal treno, cerca Sara. Una delle famose leggi di Murphy (da me sperimentata più volte con successo) dice che non riuscirai mai a trovare una persona in mezzo alla folla, ma appena le telefoni e inizi a parlarle, non farai in tempo a chiederle "dove sei?" che questa ti comparirà davanti. Difatti, eccola. Non che siamo mai stati grandi amici, io e lei. Ci saremo visti, si e no, dieci volte da quando ci siam conosciuti, e non ci siamo mai parlati così tanto. Ma rimane il fatto che inizia a parlarmi della sua vita, di cosa ha fatto ieri, di quanto si sia innamorata di Goshka, e qualcos'altro che al momento non ricordo. Sara è una bomba di energia. Se un viaggio si potesse paragonare a una corsa in auto, stare con lei a Londra equivale ad andare in quarta. In un precipizio.

Da Euston Station si va a Finchley central. Saremo ospiti da Aga (che è una vita che non vedo) (e che non vedrò dato che lei è in vacanza in Italia), che ha una stanza immensa, ma il nostro contatto di riferimento sarà sua sorella Goshka, che non è mai cambiata dall'ultima volta che l'ho vista, nell'estate del 2007: quando dice "the best" mi sale su un brivido, e milioni di ricordi. Arriviamo in casa, così conosco la coinquilina di Aga, ovvero Paulina, una ragazza molto polacca e molto simpatica. Goshka dorme come un ghiro, ma non per molto dato che si risveglia e mi abbraccia al volo (ed io, che ero di spalle, quasi mi spavento). Lei andrà in università, io e Sara decidiamo che è il momento di farci un giro in centro. Il piano della giornata (deciso da Sara, che tanto io non c'ho un cazzo da fare) è semplice: lei vuole visitare Covent Garden (straconsigliato dai suoi amici, che le han detto che è il "suo" posto), e anche un taglio di capelli (please, don't ask). Usciamo di casa, andiamo in direzione Tottenham Court Road: prima di iniziare la nostra visita, decidiamo di mangiare qualcosa (dato che sono le tre del pomeriggio, eccheccazzo).

C'ho voglia di qualche fast food americano, peccato che vengo abbagliato da HVM. Oramai ne sono drogato, e Sara non capisce. Quando vede il cd nuovo dei Muse a cinque pounds, neanche lei capisce più niente. Passiamo lì dentro un ora, urlando e sbraitando come bambini. Alla fine spenderemo più di 100 pounds in due. Fuori dall'inferno HVM (dal quale ben ci guarderemo dall'entrare, per salvare le nostre finanze), ci rifugiamo da Pizza Hut, per una pizzona con la salsa barbecue sopra (che ci volete fare, sono americani!) e un bel boccale di cidro. E quarantaquattro chiacchere.

Il tempo vola. Sara vuole tagliarsi i capelli, è determinata, e riesce a trovare un parrucchiere, sia donna che uomo. La seguo, senza neppure sapere cosa fare. Sara si siede subito, determinata a farsi fare la frangetta. Poi mi si avvicina una ragazza che mi chiede se anch'io voglio tagliarmi i capelli. Dalla bocca esce un deciso "yes, why not?". Non chiedetemi come sia uscito. Probabilmente era dovuto al fatto che la ragazza era decisamente bella (una gnocca, insomma), oppure perchè in quel momento i miei neuroni responsabili alla cura della lingua inglese erano in pausa caffè, e ho credevo che "yes, why not?" fosse un sinonimo meno volgare di "you gotta be f'n kiddin' me, bitch". (Sta di fatto che oggi, mentre scrivo questo pezzo, mi sono pentito amaramente di essermi tagliato i capelli. Me li son semplicemente fatti accorciare, ma se tornerò a tagliarmi i capelli a Londra mi faccio colorare i capelli di rosso e un taglio molto più aggressivo).

Finalmente si arriva a sto benedetto Covent Garden. Atmosfera spettacolare, all'interno dei chiostri dove si celano negozi più o meno turistici, ma tutti di grande effetto. Perdiamo un sacco di tempo a spulciare tra i gadget più stupidi (e Sara comprerà un pupazzetto di Pingu che, infine, donerà a una sua amica, con mio sommo rammarico), e finiamo in un negozio di magliettine e accessori.

Spulcio tra una serie di anelli di plastica, costo un pound. Decido di comprargliene uno, Sara lascia decidere me quale. Sono indeciso tra i tre-quattro tipi presenti nella vaschetta. Poi ne vedo uno diverso dagli altri, amore a prima vista, lo afferro al volo e lo pago per poi regalarlo a Sara. E' di plastica, tutto di colore blu intenso, con un quadratino con in bianco la scritta: "available".

Bene, dopo che la ragazza è innamorata a sufficienza, si scappa verso un pub ristorante spagnolo. Non perchè inizi ad appassionarmi di cibo spagnolo in Inghilterra, il che suonerebbe non poco stupido, ma perchè ci lavora Denis, che rivedo dopo milioni di anni, ed è fantastico rivederlo di nuovo. E' stato una delle prime persone conosciute a Milano, forse non saremo stati mai grandi amici, ma alla fine era uno di quelli che coincidono con il mio periodo nuovo, quello di rinascita, quando iniziavo a conoscere amici e fare feste a Milano. Si parla di amici in comune, progetti, sogni, ancora sul tempo atmosferico di Londra. Niente di chè, ma è sempre bello rivedere una persona in gamba come lui!

E' già ora di cena, si va verso qualche posto dove mangiare qualcosa. Direzione Tamigi. Solo dopo (un bel) po' di (chilo)metri ci rendiamo conto che stiamo andando verso una zona dove non c'è nulla da mangiare. Decidiamo quindi di andare in un ristorante consigliato dal libro "Goshka's 1001 things to do in London". Realizziamo poi che questo ristorante si trova dentro un centro commerciale, chiuso.

Ripieghiamo in un pub dove ordiniamo del Fish and chips (comme ci, comme ça, sono abituato troppo bene con il pesce) e un paio di birre mentre aspettiamo Goshka.
Più la guardo, più mi ricorda quando l'ho conosciuta. E ancora più mi chiedo come ho fatto un anno e mezzo senza di lei, senza neppure sentirla, sapere come sta (senza facebook, quella lì). Quattro chiacchere e una passeggiata per cercare un club, ma senza tanta voglia. Poi due foto di fronte alla Chinatown londinese prima che la mia caviglia faccia crack. E ci vediamo domani.

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